SEMIOTICA DELLA CACCA

La postura dello starmale

I due si voltarono, si guardarono intorno, esplorarono, fecero «Boh!» o «Beh!» tirando la testa tra le spalle, ricominciarono a cercare: finché dovettero ammettere, appunto, che il fenomeno da approfondire era la loro merda. Poiché era la loro merda, precisamente, che vagiva.

Pier Paolo Pasolini, Petrolio, App. 102

Ironicamente si dice che la porta del mio antibagno risalga a tecnologie sumeriche. Nell’economia domestica, adoro quando la mia coinquilina, una bellissima ragazza, promessa dell’estetica contemporanea, la usa. Trascinandola per il pomello, struscia: stridono le dentatae rotae, e un rumore, un rantolo periodico, una sirena, invade il corridoio. Ecce! La circostanza viene informata che dentro, secondo un calcolo probabilistico schrödingeriano, sta probabilmente avvenendo l’atto privatissimo della cagata. Io lo contemplo in pace dalla mia camera. Perché da sempre ho lavorato meglio sul “non visto” che sul palese, ancora meglio sul nascosto e sul malcelato. Si intratterà, come d’abitudine, più del dovuto. C’è una finestra sul lato, in mezzo alla tazza e al calorifero, che verrà aperta sull’inferriata (stiamo al primo piano), verrà diffuso l’incenso dell’erogatore foresta fluviale. Ma il bidet, o l’impertinenza dello sciacquone l’avrà tradita. Nell’amministrazione del nostro οικος la carta igienica è bene comune: avrò tutto il diritto, dunque, di postulare. Semplicemente entro, dopo la sua fuga, per struccarmi gli occhi, oppure per togliermi gli orecchini mentre mi guardo i lobi, o qualche altro dei teneri gesti del mio quotidiano. Eppure so che maliziosamente vorrò ispezionare. Non troverò un odore e le narici mi pruderanno dal dispiacere. Dunque, per evitare di rimanerci male, ritornerò a immaginare e a perdermi in disquisizioni. Nietzschianamente perpetuo una filosofia dell’odore (1): mi basterebbe il profumo per fare a metà dei miei amici una biografia esistenziale. Basta un odore, un’aria (2), per validare una percezione: e da qui costruire. Ci raccontiamo nelle discordanze tra quello che ci mettiamo addosso e quello che siamo, dialetticamente tra sporco e pulito. Sporchi i vestiti, sporchi perché si puzza, si suda, e di contro il deodorante, l’ammorbidente, il profumo. Ma se il profumo, come si vuole, è eloquente, di contro la pelle (soprattutto alle ascelle, la schiena ed il pube, dove le sudoripare sono più cave) è laconica. Grugnisce, rantola, come la porta dell’antibagno, dissentisce cupa: un rumore di naso. Che cosa accorda, allora, questa pratica così animale e umana, cosa la riporta alla sua fase primitiva? E’ la domanda, davvero, sui serramenti e sulle ceramiche, o piuttosto sul corpo, sulle sue funzioni, sulle sue pratiche? La risposta, lungamente meditata, mi è arrivata, ahimè, mentre stavo seduta. Come sarà chiaro tra pochi istanti, la risposta non potrà che essere posturale.

Mi accingo negli ultimi giorni a un tentativo di traduzione de Les Fleurs du Mal. Di traduzione tout court non si può poi parlare, non conoscendo la lingua, l’opera e il metodo, ma nemmeno di riscrittura. A proposito ho trovato una quarta di copertina di Aldo Busi, nel suo Decamerone. Diceva “questa traduzione non ha affatto la pretesa di essere una […] ricreazione o altra cosa dall’originale: è l’originale oggi”. Così diceva e perciò l’ho comprata. Tutto il mondo, intanto, tutti i segni del mondo per essere precisi, parlavano il mio francese: i miei amici scoprivano vecchie conoscenze, mi riveniva voglia di vecchi libri. Le Moralités Légendaires di Laforgue, ad esempio, mi davano un lessico – l’assise della torre […] funghisce in riva a un’ansa stagnante che lo stesso Sund… […] Povera ansa stagnante! […] Povera stanza! (3) – ed essendo la mia una ricerca principalmente lessicologica mi abbeveravo. Con le mani in merda tentavo di portare al mondo, ovverosia di portare a Milano, la parola spleen. Avevo tentato bua, che sta poi per “buio umor d’amore”, che sta bene col verso seguente, che parla di un bacio in fronte che non si può dare se il morto in questione è decapitato. E’ una poesia importante quanto le altre, ma l’importante è preservare di ognuna sia il fiore che il male, che il possessivo che entrambi lega. Avevo perciò provato lo starmale. Conosco bene la sensazione: la provo adesso, intanto che scrivo, vicina all’alba, con tanto freddo allo stomaco accanto al camino; tutti dormono, non c’è nessuno a cui bussare il legno sul pavimento coi piedi scalzi, poi andare a sbattere sulla testata, o dare colpo di tosse e dire “sto male (mamma), sto male”. Questo mio umore mi rende il lavoro stitico. E per quanto so del corpo, negli ultimi mesi, dimessa mi è stata la vita per i miei maldipancia improvvisi. Ancor più per i colpi dal petto o per i polmoni che, mentre dormo, ogni tanto si chiudono: hanno sempre un chiarissimo sintomo i miei dolori, ma non dichiarano mai se sono del corpo o della paranoia. E’ difficile dire con parole (di figlio?) (4) questo starmale, tanto è difficile confessarlo, diagnosticarlo, conviverci. Ma in queste poesie e, ultimamente, ovunque tutti lo sanno, naturalmente senza parlarne e senza capire. Finito il tè, più depurata, accolgo in me una piccola presunzione: forse conosco l’opera! E a meno che non sia frutto di ‘cogitogenesi’ conosco anche l’autore! Resta la lingua, ma ancora la presunzione di non conoscere bene Parigi, oppure conoscere bene Milano, che sono, in fondo, la stessa cosa. Resterebbe in fine il metodo. Ma la filologia rivelerebbe l’incompetenza delle mie pagine: la poesia invece non mi ha mai tradita. Il ragazzino ha un metodo! (5) Bene, io ho il metodo, lo stesso per tutte le cose: necessità e fede. Per questo testo, invece, se sarà di eccezione, ho soltanto da dire: da lavori di merda non possono che uscire grandi cagate.

“Avevi pensato di venire?”

“In che senso?”

“Avevi pensato di… (indistinguibile)

Nella vita ho diverse strade certe di buona carriera, per la costituzione del mondo e per la mia maniera di scrivere: mi verrebbero bene le conferenze ai licei, i lavoretti in legno, le improvvisazioni pianistiche di decustruzione, lo stare in vetrina. Oltre a queste c’è sicuramente la paretimologia. Amai la rima ‘morte-amore’ e da lì fu il delirio. Perciò sostengo senza segni di infamia che “cacca” venga da κακός e non da κοπρός, da cui invece deriva “corpo”: da qui la diffidenza nei confronti della percezione nella metafisica occidentale. Da ciò si desume, in accordo con molti exempla, che, in primissima istanza, il male è in noi. Ancora, che la rigenerazione di tale male, come la sua necessaria espulsione, sia fisiologica. E’ il problema della teodicea, se non che la distanza tra l’uomo e il Dio buono è quella dell’intestino, tra gli occhi e il colon. Egli ha lasciato in noi il segno dell’animale nell’atto di defecazione: è lì che avviene ciò che è detto “divenire”, nella materia prima succosa, poi appiccicosa, liquida, inerme, vita conversa in concime. Nei primi stadi dell’evoluzione (6) emergono infatti degli organismi appena al limite della nostra considerazione propria di “animali”. Questi esserini, i triploblasti, non sono che un tubo per digerire, con un buco di ingresso e uno di uscita. Intorno, a protezione, una membrana muscolare, anche utile per la locomozione. Ritroviamo questa conformazione nei vermi. Successivamente vengono i denti, non tanto a ridurre ma a difendere la cavità dalle cose impure. Nasce così la bocca, la prima cavità ambivalente del corpo umano: sia ciò che entra che ciò che esce dovrà passare per la dogana. Solo in seguito, grazie a questo congegno, il nutrimento meglio tritato fece regalo a questo proto-fegato, originando anche il primo squilibrio tra la lingua e lo stomaco, con cui ancora spesso combattiamo. Le ambivalenze, ovverosia i privilegi, di cui la bocca godeva sono stati privati alle cavità restanti, prima per molti millenni e poi per molti secoli. A eccezione della vagina, le narici, gli occhi, l’ombelico e l’uretra furono sottomessi alla timida legge dell’ano: guai a chi dice che se qualcosa entra fa troppo male. Ambivalenza qui significa contraddizione. Scissione, e dunque gerarchie gestionali, poiché le sinapsi e le labbra sono care amiche e insieme controllano lo sfintere. Curiosamente in entrambe è nascosto un tesoro: nella prima l’ugola, nel secondo un magico interruttore. E se c’è un Dio n’è la prova questo chiarissimo bilanciamento: alla scoperta del primo segue un conato di vomito, al secondo invece il momento estatico. Dimentichiamo, per i molti muscoli che articolatamente ci rivestono i tubi, che questi discorsi ci riguardano. La forma descritta ai primordi della vita è raggiunta dal feto entro il quarto giorno dalla sua concezione: la mia è una teoria minima del corpo umano.

Dio…!”

“Sht…”

“dio…”

Bisognerebbe parlare più spesso, tra amici, delle mutande migliori da mettersi o di argomenti simili. In uno scambio simile ho scoperto con dispiacere di essere stata l’unica ad aver mai cagato all’aria aperta. Era sera e, si intende da ubriaca, ho restituito tutto a natura, tra i muschi e i licheni, e non sull’asfalto per strada. Non si parla mai della cacca, ce la si tiene dentro quando si sta nel pubblico, non le si riserva spazio nella comunità. Nel caso limite, la sua emergenza è pazza ed incontrollabile: “non riuscivo a tenerla”, dicesi ‘tenerla a bada’. Sarebbe opportuno parlare allora di ‘segregazione’: non ha niente a che fare con la riservatezza o con l’igiene, ma piuttosto con l’imbarazzo e la paura. E’ risaputo che la medietà delle coppie conviventi e consolidate dinieghi al partner la partecipazione a questo momento del quotidiano. Mi si permetta un inciso, perché ne ho trovato una prova abbastanza curiosa. Raramente nell’opera ascolto i recitativi: mi fanno, come si suol dire, cagare. Ma sarà forse un caso che in Nozze di Figaro, un’opera sull’imbarazzo, ad inizio di ogni atto vi sia sempre un che di fraintendibile?

Atto 1, scena prima

Susanna

Cosa stai misurando,

Caro il mio Figaretto?

Atto 2, scena terza

Conte

In gabinetto

Qualche cosa è caduta.

Atto 3, scena prima

Conte

Che imbarazzo è mai questo?

Atto 4, scena prima

Barbarina

A te niente preme.

Figaro

Oh niente, niente:

E’ l’imbarazzo che quella cosa venga prodotta da chi ha prodotto, durante il resto del giorno, un itinerario per la vacanza, un bilancio spese, una considerazione accorta, la cena. E’ la paura che il corpo faccia una cosa irragionevole e assurda, uno stranissimo sibilo, una trombetta, una lacrima, acuita dal macchinario terribile che è il cesso-water, la cava della vergogna, il pozzo degli indesiderata. E nel caso si venga colti sul fatto, si è subito pronti a negare, specie in seguito ad opere disastrose. Il puzzo, la consistenza informe, le rimanenze irriconoscibili. Si è pronti a dire, a giustificare a parole: “questo non sono io; questo non è mio, lo sto buttando via (7)”. E poi procedere a tirare lo sciacquone.

Continuando a indagare il campo dell’invisibile (del precluso) e del non detto nelle conversazioni tra amici, vorrei provare a immaginare come si vada al bagno per eseguirne un’analisi.

È proprio il momento di introdurre la concezione di postura come faccio di solito: immaginando di avvicinarsi a un tavolo con sopra riposto qualcosa e vedere come cambia, cosa diventa alla percezione, in base a un diverso sguardo, diverso approccio, diversa intenzione; sia chiaro che sto qui parlando di una postura molto corporea (da seduti, a occhi chiusi, molto lontani con il braccio teso) ma con un piccolo sforzo sarà possibile fare in questo discorso un salto concettuale verso il progetto (ispezionare, usare, mangiare), e con un altro slancio verso quella che impropriamente chiamerei metafisica; sia inoltre chiaro che in questo momento non conta definire il tavolo, né la stanza, ma soprattutto la “cosa”, che può essere “cosa” generica come apparenza di “cosa” come immaginazione di qualunque “cosa”: l’indagine, più che sul percepito, è sulla modalità percettiva; quella verrà di seguito. Ora, anche nel caso che sto esaminando – la postura defecationis – mi posso permettere la stessa flessibilità tra livelli argomentativi. Vorrei andare per gradi, ossia seguire la goniometria, e declinare la postura con il compasso, immaginando un tipico caso di studio in condizioni ideali, mentre si approccia alla tazza con l’intestino in buon equilibrio microbatterico. Tenterò poi di sgravarmi della questione del male.

Postura prima: eretta (180 gradi)

Le cose erette lo sono sempre verso l’empireo. Indistintamente, girasoli e monumenti si stagliano allo stesso modo, ricalibrano l’orizzonte delle altre cose che si prostra a loro. Le cose erette mirano alla perfezione. La cacca, un detrito ruvido, un cilindro che non ci ha creduto, giustapposto, ne conferma la divisione ideale, quando nella realtà dei fatti, l’umanità non è altro che una salsiccia con quella forma e di quella materia. La fallicitá totemica è quindi un mito, e la sintesi di tutte le erezioni è più informe piuttosto che formale. Polimorfica e volubile, la cacca, nei suoi cinque passaggi della materia (alchemico, solido, liquido, gassoso e radioattivo) è monito del flüssig del reificato. E in ogni punto in cui vi sia scarto, le abbronzature, le frane, le pattumiere, ne si rimarca il significato.

L’erezione è un eccesso, un errore posturale. Il motivo per cui è sconveniente cagare diritti sta nel preistorico atto di ύβρις di distinguere i piedi e le mani. Se non che, l’uomo sapiens non poté che poi essere l’uomo che taglia, che caccia e che incide, che fa la guerra, che prega, che leva il pugno in aria (8). L’uomo cogitans del righello: e dove c’è una linea retta c’è uno scisma, un genocidio. Se da un lato si pone il giusto, dall’altro, nella rimessa, i peccati, le malformazioni. Insomma, oltre a ποεσις e πραξις, la classicità si sarebbe dovuta occupare teoreticamente di teratogenesi. La linea è infatti quella che sta sull’orlo della rupe a Sparta come nel bagno di casa mia, dove c’è la chiave. Ma dove la polvere fa contatto, alla soglia, ci si può fermare a ricevere una rivelazione. Allenarsi all’arte millimetrica, impercettibile, di percepire le cose che entrano-escono dal proprio limite, di santificare le gallerie. Generalizzare l’ano e farlo piuttosto orizzonte degli eventi possibili, percepire con i polpacci, permettendogli ogni sorpresa, questo nuovo che si rivela. Perché i polpacci non sono di marmo, perché non si è belli “eppur si caga”: si è belli in quanto. Sembra che serva un dolore, uno sbrodolamento, per rendersene conto, come quando ci si frantuma un arto e ci si accorge dunque del suo funzionamento. Sembra appunto che l’umano confine risieda nel limbo del basso ventre, trasversalmente agli organi genitali. Non a caso nei territori inferiori si annidano i feticismi più discriminati. Io penso invece che non vi è feticismo in presenza, nella presenza piena, di sana propiocezione ed estrocezione amica. Si potrebbe fare di quello spazio che già esiste un luogo sacro, incontrarsi con  l’invisibile. Predisporsi, interpretare i propri visceri come gli antichi, insomma: giocare col sale a tracciare i nuovi solchi tra il quotidiano e il sacro. Perché questo è fare la cacca: una festa (i rumori, le processioni, la celebrazione dell’assente assoluto), una sagra, dove lo stare eretti è stare protesi, ben radicati.

In ultimo, la postura eretta compare nelle situazioni di detta emergenza: con la prorompenza di un maldipancia, la verità, vesuvicamente, erutta e come magma gremisce gli steli d’erba sulla vallata. La montagna appare corrotta, diversa, da questa urgenza. Ponderiamoci su con i piedi in merda, nella pozzanghera della vergogna…

Postura 2: confortevole (90 gradi)

Se nella fisica architettonica il triangolo è la forma più stabile a regolare i disequilibri, nella vita vissuta esso squarcia, sbudella, sgambetta le sane intenzioni, facendole precipitare. Nella conformazione equilatera ogni vertice risulta ugualmente pericoloso, in quella isoscele individua il nemico, in quella scalena trema, inimica la resistenza, il fronte comune. Questo fatto, a mio avviso, motiva il naturale movimento dell’umanità contemporanea verso forme quadratiche: per la casa, la sedia, la macchina, il bambino disegna incoscientemente quattro segmenti che si rincorrono in successione. L’incontro più tipico con il quadrato nel quotidiano, o per meglio dire con la sua forma spazializzata, il cubo, è nella scatola; e due sono le sue funzioni più comuni: quella di contenitore ermetico e quella di superficie stabile di conservazione. Nell’epoca della “schiscetta” tupperware abbiamo imparato a costruire la nostra esperienza intorno a un nuovo valore ideale: lì dentro il tempo non passa, la cosa rimane immutata. Il paradosso di Schrodinger viene svelato, ancor prima delle pareti in plastica e vetro, dal preconcetto di immanenza su quella cosa rinchiusa, tanto forte da sfidare l’evidenza che, in realtà, il cibo marcisce e ce lo mangiamo sempre (anche da fresco) in un qualche stadio di degradazione.

Anche il corpo, durante gli stadi del giorno e nelle stagioni, viene lasciato, di contro a un’attività produttiva, a marcita. Sono i famosi momenti recharging, un’impropria risemantizzazione del numero quattro (quadratico!) nella tarottologia, ossia la casa, il letto, il riposo prima del gesto, ma organizzati, funzionalizzati, nelle cellette quadrate di calendar. Mi si lasci ora fare una piccola divagazione, che è poi l’origine della mia argomentazione prima: il numero ha smesso di rappresentare il mistero. Nelle istanze Pitagoriche di cosmologia numerica il paradosso permane, l’απορία, l’αδύνατον sono vie possibili al limiti del sistema. Quello che blocca il mondo in una cristallizzazione non è tanto la misurabilità della sua superficie, ma la corrispondenza biunivoca idea-cosa. Questa distingue e aggioga, precludendo la possibilità di altri mondi e altri modi di dire (esperire) la cosa. La medesima differenza passa dal simbolo-runa al simbolo-lettera nella parola.  Tutto ciò per ritornare alla nostra vita, con una considerazione finale: le cose (oggetti) che ci esistono intorno sono spesso prodotti di un modello standard numericamente certificato in vista di una funzione ottimale. Standardizzati sono infine i materassi, le sedute, i tavoli, le metrature degli appartamenti, cosicché ogni forma di riposo ha una distanza prevedibile dal riposo altrui. Dormire non è più trascendere ma idealizzare: a Tokyo dormire nelle cellette non riposa di meno, nonostante faccia male allo spirito. Il triangolo è stato, nel contemporaneo, reso innocuo, ucciso.

Comunemente il corpo sul cesso assume anch’esso una forma quadratica. Con le gambe ad angolo di novanta gradi, ripetuto sulle caviglie, ed il busto eretto, novanta gradi pure nel bacino, e nelle braccia se si vuol fare sul serio. Le architetture ceramiche provvederanno a disporre di ogni cosa, la carta igienica sulla sinistra e lo scopettino, un’illuminazione adeguata, possibilmente una presa della corrente. Dentro questi cunicula il corpo assume la forma che il luogo gli suggerisce, e queste ceramiche dicono “posa, riposa, produci”. Totalmente astratto, il corpo è costretto nella postura del Pensatore. Ma il Pensatore non si guarda dentro – come non lo fa l’eremita, ma lo fa il veggente e vede il vuoto – bensì guarda altrove. Guarda avanti, e le piastrelle verdi sono un altrove pavido e linearista, che non ha niente a che fare con la vita. Eterne sono queste piastrelle, come questo momento senza ammissione di colpe, senza sprechi e senza malori. Ma se si guardasse dentro, il corpo vedrebbe che l’intestino rimane un groviglio, che gli umori rigurgitano, il male continua la sua lenta decomposizione. Purtroppo, però, non basterebbero pareti di vetro, né, ahimé, una forma diversa, più polilatera, ad occhi corrotti che non vogliono che gli altri organi possano sentire…

Postura 3: sicura (45 gradi)

Non mi piace, mamma, eppure l’hai cucinato e dovrò mangiarlo; i pomodorini costano troppo, eppure ne comprerò due pacchi, seppure il dietologo non conosce e non potrà indagare i segreti del mio bilancio; non sto male – sto male? O me lo sto inventando? – nondimeno un’aspirina non peggiorerà il mio stato, un’aspirina oggi, una domani, e tra una settimana ne dovrò prendere il doppio; non voglio fare per forza l’università; voglio piuttosto marcire tra le coperte con le serrande chiuse, ma questo sole, sole tiepido a marzo, mi chiama e mi impone di uscire; non ti saprei spiegare perché ti sorrido, se non ti sopporto, se non mi ascolti, e d’altra parte mi faccio muta e sorda nei tuoi confronti, ma sorridendo con condiscendenza ti esorto, ti incanto, ti glorifico, ti permetto, sospendo, reagisco, senza giudizio, e in un modo o nell’altro la conversazione procede senza dirsi niente di rivelatorio; non ti amo, eppure ti tengo vicino: ci siamo amati tanto e forse ci ameremo ancora, in futuro. Oggi non ho nulla da fare: ho deciso che andrò a passeggio. Le vie larghe dell’abitudine, tutte diritte, mi porteranno negli stessi slarghi, alle stesse panchine, defilando dagli stessi bar in senso dritto e contrario. Al mendicante potrò, al cameriere non oserò, al farmacista sarà impossibile dire di no, e allungherò il mio passo fino quasi a correre, con la musica alta nelle cuffiette, per ritornare a casa, nel mio solipsismo, immobile. Mi proteggono, tra queste mura, quattro file di serrature: il cancello, il portoncino, la porta blindata, il lenzuolo. Ma per star tranquilla potrei ritirarmi in bagno, dietro la porta scorrevole, dentro la doccia, perché in bagno non ci si disturba tra brave persone. E io sono brava: non voglio, ma l’acqua scorre, lo sciacquone mi fa eco ancora, il mobiletto traballa, ricolmo di profumatori, non voglio, ma la salvietta cade dal calorifero, sono brava, ma mi sono scordata di fare la polvere, il tappetino sembra aver preso vita, i miei capelli svolazzano sulla sua criniera, non voglio che l’acqua scorra così sporadica, tiepidamente, acuta, fresca, nervosa, qualcuno potrebbe essere entrato in casa, non so, e non voglio, ma l’acqua continua a scorrere, la luce cala, la polvere si addensa sotto il lavandino. Dai miei vestiti inzuppati viene giù la cenere. E così ridotta non posso più dire, sinceramente, che sono responsabile del mio volere.

E’ innegabile che si debba andare a cagare. Ovvero che in primis si abbia un bisogno, e poi che si debba portare questo bisogno altrove, distante dalla conversazione. Sempre a patto che la conversazione sia mondana e logica, non alterata, perché avviene spesso che tra i calici e le coperte si parla di lingue che non si conoscono appieno e ci si capisce subito. A volte, nei pub per esempio, non ci si parla nemmeno. Ci si alza reggendosi con il bancone e si barcolla verso il magazzino, poi alla porta del bagno sbagliato, dove si entra comunque senza sentirsi in pena. Mi è capitato tantissime volte di stare in quei bar istoriati di pittogrammi, con i coriandoli degli adesivi sulle pareti, la luce al neon, le tubature rancide e le finestre socchiuse. Ogni superficie è lì densa e lercia, appiccicosa, dal pavimento alla tavolozza sopra la tazza, alla mia faccia nello specchio rotto e unto, polveroso e marcio a sua volta. In tali momenti, quando mi si birrifica il pensiero e corro, so nella mia onniscienza di alcune accortezze che normalmente non prendo: la finestra, la porta, le bocchette dell’aria mi guardano; chissà chi altri l’ha pensato, chi altri si nasconde dietro al cestino della pattumiera, e che uscendo dall’imboscata mi vedrà brutta come è brutto lui e ci faremo insieme una bella risata. Siccome tutto è sporco, ma pure io ho fatto i miei peccati, sarebbe il caso di farla senza troppe questioni: se si vedrà qualcosa, tanto meglio, si sarà visto il culo della nuova letteratura italiana. Senza pensare, allora, affondo le mani sopra lo sciacquone, mi isso in elevazione, aggiustandomi le scarpe sopra la tazza vuota e voraginosa. Mi ricordo di quando ero solo un fetus nella pancia della mia mamma: Non ero ancora nato/ Che già sentivo in cuore/ Che la mia vita/ Nasceva senza amore (9). Avevo letto che quando si sta male di stomaco questa posizione fa passare tutto quanto e molto veloce. L’intestino crasso si distende per liberarsi dalla posizione scomoda in cui lo si tiene di solito; ci si sente saldi e al sicuro, si respira meglio, passa il singhiozzo come lo starnuto. Ho le mani lerce e il culo per aria. Dio mio, ma se entrasse qualcuno…

Dio mio, se non è questo il simbolo di ciò che sei, l’embrionalità dell’essere, che sarà per altri quando sarà al mondo, e che per il momento si alimenta senza consumare il resto, trasformando il nostro nettare in scarto ed i suoi scarti in profezie di salvezza. Nell’iperuranio, nella placenta, non viene chiesto a Dio cosa vuole e tutto gli viene dato. Gli viene concesso di torcersi, di rotolare in posizioni assurde e prive di nome, senza funzione, tra l’eterno riposo e l’incessante slancio alla futura azione.

Una volta finito non mi pulisco, non ho niente con cui pulirmi, ma mi lavo velocemente le mani. Nella ritualità cattolica (l’unica che conosco, e se ne conoscessi altre saprei di avere molta più ragione) sono molte le occasioni in cui lo sporco significa purificazione: il mercoledì delle ceneri, l’estrema unzione, la confessione. Lo spirito è puro, ma la carne ha un cattivo odore, Cristo deve continuamente farsi lavare i piedi. Ma non si contesta la contraddizione, specialmente nel rito. E chissà se così la percezione non ne esca ringiovanita. Certo, per il quieto vivere, converrebbe tenersi puliti e assuefatti, concordare le voglie fino a renderle irrilevanti, forse, non aver bisogno di andare a cagare. Ma, potendo, preserverei quei momenti al di là della linea del sacro (la porta del bagno) e ne farei un rituale. Come quando due corpi, non visti, ricercano una presenza ulteriore, più vicina, più vera, un’unità inedita e surreale. Amo lavorare più sul non visto che sul visto, in questo caso volgare. Nessuna malizia, né perversione, ma datità (un suono, un rumore, un odore) e sogni, che costituiscono la scientificità del mio metodo.

Tali stronzate, o illuminazioni, non potrebbero che venire fuori da questa prona e protesa postura…

“Sht! Ma Simone… (indistinguibile)?

“Nono, Simone…(indistinguibile)”

“Vieni qui.”

[rumori di corpo; mi muovo nel letto accanto]

“Ma Simone non…(indistinguibile)?

[silenzio]

“Vieni qui.”

“Mi sento tanto in colpa.”

[riprendono i rumori; non mi muovo] (10)

Che cosa sia questo male, che avevo promesso di dissezionare, in realtà bene non l’ho capito. E se l’ho capito non posso dirlo. L’ho nominato più volte, come scarto, come monito dell’umano, come documento sonoro, olfattivo e materico, ma c’è di più, c’è sempre di più, oltre la definizione. Ho maldipancia: è un sintomo. Mi si infiamma un polmone, in un modo distante dal medico: sento le fiamme tra i bronchi, tra i ramicelli che ho nel costato. Dovrei praticarmi, facendomi un male esplicito, un cesareo nell’intestino, e, sfilettando i visceri, estrarlo, presentarlo sul tavolo. Ma certe cose non vanno portate nella visione. Che rimangano allora tutti immaginari i miei mali, i miei tumori, i miei scatarri e le merde policrome e polimorfe nei miei meandri umani. Laddove il buio si addensa e si fa più buio, al di là delle cose, rifulge nel segno qualcosa, c’è sempre qualcosa.

NOTE

(1) Umano, troppo umano, §119 (Adelphi, 1979), “Ogni parola ha il suo odore: c’è un’armonia e disarmonia degli odori e dunque delle parole

(2) Penso che Barthes in La Camera Chiara (Einaudi, 1980) intendesse così questa parola e che il concetto di punctus ben si confaccia a una definizione simile. Da qui a considerarlo come punto saldo di una scienza o di uno studio…

(3) Da Amletoovvero le conseguenze della pietà filiale’ in Moralità Leggendarie, trad. di Nelo Risi, (Garzanti, 1998)

(4) Da Supplica a mia madre, P.P. Pasolini in Poesie in forma di Rosa (Garzanti, 1964)

(5) William Shakespeare, Amleto, atto II, scena II (Garzanti, 1984)

(6) Ciò che segue non ha pretese di datità scientifica. Mi si può dire al massimo di aver detto qualche stronzata.

(7) Similmente a come Julia Kristeva parla di ‘abject’ in Powers of Horror: an essay on abjection (Columbia University Press, 1982)

(8) Le suggestioni preistoriche in questo capoverso vengono da Il cacciatore celeste di Roberto Calasso (Adelphi, 2016)

(9) Da Fetus di F. Battiato

(10) Questo dialogo, come tutti gli altri in corsivo, proviene da una conversazione origliata. Si ringraziano A e S per l’indiscrezione.

Simone Vero è (in potenza) una scrittrice, una filosofa, una regista, una sceneggiatrice, una compositrice e direttrice d’orchestra, nonché una performer e un’eccentrica di professione. Al momento è (in atto) una studentessa e una divulgatrice culturale. È co-conduttrice del podcast Felici Pochi. In attesa che le professioni future si inverino, si interessa, ricerca, legge, compone e scrive nel sottobosco dell’estetica contemporanea.

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