Vaquero Romantico
Taquitojocoque è nata a Nuevo Laredo, città di confine tra Messico e Stati Uniti. Illustratrice e artista, le sue opere sono state presentate a Milano nell’ambito dell’esposizione e performance ospitata da Beniamino Marini Sabato 20 Giugno 2026, accompagnata dall’intervento e il supporto della compagna Sara Leghissa. Tra uova e deliziosi Pisco Sours, “Ben” ha generosamente aperto le porte della sua casa per accogliere un’artista e il suo gesto, i quali interrogano i confini tra identità queer e folklore, rivelando quanto questi universi siano più vicini e intrecciati di quanto si possa immaginare.
Vaquero Romantico – Foto: Alessandro Merlo
La pratica artistica di Taquitojocoque è profondamente segnata dall’esperienza di essere cresciuta in una città di confine. Racconta l’artista: “Fin da piccola ho vissuto la differenza e le contraddizioni tra quello che veniva narrato come un mondo “pulito” (gli Stati Uniti) e un mondo “sporco” (il Messico), un mondo con “regole” o “senza regole”, i prezzi in dollari e in pesos – la diversa accessibilità ai beni di consumo – ciò che veniva visto come “funzionante” e “non funzionante”. Non mi ha mai attratto la possibilità di muovermi oltre confine. Pur potendolo ricevere, per geografia di nascita, non ho mai desiderato il passaporto statunitense. Però i disegni che arrivavano degli Stati Uniti, come tante altre immagini di consumo, influenzavano il mio immaginario e il mio modo di leggere il mondo: nel tempo li ho rivendicati per raccontare storie messicane.”
Taquito Jocoque – courtesy of the artist
La mostra indaga la figura del vaquero (predecessore messicano del cowboy statunitense) attraverso una prospettiva butch e queer. Personaggio mitico della letteratura e del cinema, il cowboy è stato storicamente costruito come emblema della mascolinità nordamericana, diventando un veicolo attraverso cui gli Stati Uniti hanno proiettato, e tramandato, alcuni dei propri valori fondativi e immaginari nazionali.
Una nazione – in questo caso gli USA – è grande quanto il suo miglior uomo: una performance di genere lunga quasi due secoli, in cui grazie a Hollywood e alla letteratura ottocentesca è stato confezionato e preservato il mito del cowboy. Un ranger solitario che, come descritto dallo storico queer Chris Packard nel suo libro Queer Cowboys (2005), trasmette ad adolescenti e uomini un insieme codificato di atteggiamenti, valori, azioni che che definiscono l’ideale di mascolinità e ne orientano la formazione culturale.
Vaquero Romantico – Foto: Alessandro Merlo
Tuttavia, il mito della mascolinità individuale ed eroica del Far West si rivela molto più costruito e artificiale rispetto all’operazione di rilettura (o di rivelazione) queer proposta da Taquitojocoque. I vaqueros, infatti, erano figure storiche profondamente lontane dall’immaginario incarnato da attori come Clint Eastwood o John Wayne: mandriani che sfidavano le condizioni più aspre della natura per pascolare il bestiame, ma anche figure complesse e ambivalenti, forti e fragili.
La vulnerabilità, spesso associata a una dimensione femminile e in apparente contrasto con il codice maschile dominante non era un’eccezione. Il vaquero faceva infatti storicamente affidamento su uno o più compagni, rendendo la collaborazione elemento centrale della sua sopravvivenza. In più, raramente si trattava di uomini bianchi: molti vaqueros erano di origine africana, nativa d’America o messicana. Tutti elementi che fanno riferimento a un quadro molto più intersezionale e complesso del mito hollywoodiano.
Artworks by Taquito Jocoque – Courtesy of the artist
In contesti fortemente maschili e isolati dalla presenza femminile come nel caso dei vaqueros, ma anche di altre professioni quali marinai e minatori, era frequente che si sviluppassero relazioni intime e affettive tra uomini, talvolta anche di natura omoerotica. Si trattava di ambienti strutturalmente maschili che, pur non essendo pensati come queer, producevano di fatto forme di legame e dipendenza reciproca tra uomini, basate sulla condivisione della vita quotidiana, del lavoro e della sopravvivenza, in assenza di modelli affettivi eterosessuali normativi.
Taquitojocoque intreccia nella sua pratica elementi delle “contraddizioni di confine” contemporanee con il folklore, facendo parlare le sue origini. “Los vaqueros mi ricordano mio papà, la mia infanzia. È qualcosa che mi ha sempre attratto visivamente, e ora lo porto nel mondo queer perché io lo sono. Ma non ho mai pensato che il vaquero corrispondesse per forza alla figura del macho: ha sempre avuto le forme della mia vita e dei corpi con cui sono cresciuta. È anche un modo per onorare mio papà e mio nonno per il fatto di non essere nata “uomo”, senza pregiudizi né colpe, ma solo come una forma di amore.” In questa prospettiva, la sua pratica non nasce come un progetto artistico consapevolmente formulato, ma come un gesto spontaneo, precedente alla definizione stessa di queer come categoria. “Lo rendo (ndr il folklore) queer perché io sono queer. Ma sento che il premio di essere queer è che non esistono regole, è che tu puoi creare il tuo mondo, con o senza folklore.”
Si tratta di un modo di fare e di vedere il mondo che precede il linguaggio teorico, esattamente come i vaqueros tessevano delle relazioni più vicine a un atto puramente di relazione, piuttosto che a un orientamento codificato.
Vaquero Romantico – Foto: Alessandro Merlo
L’ironia è una cifra ricorrente delle illustrazioni dell’artista, dietro la quale emergono temi profondi e universali. Taquitojocoque dichiara che “le persone del nord del Messico hanno notoriamente uno humor nero, un sarcasmo dark che sdrammatizza argomenti considerati seri, tragici, tabù sociali. Funziona come un meccanismo sovversivo per questionare le convezioni e la morale. Inoltre, lx messicanx ridono e si burlano di tutto, impariamo a burlarci di noi stessx fin da piccolx. Queste caratteristiche culturali si riflettono automaticamente nei miei disegni. Il mio disegno è onesto e sincero, riflette modalità che tuttx conoscono, a cui possono accedere senza sovrastrutture.” Rendere accessibili questioni complesse è uno dei modi dell’arte di creare “spazi di comunità e di connessione tra persone queer”.
Vaquero Romantico – Foto: Alessandro Merlo
La mostra prosegue con una performance partecipativa in cui il pubblico è invitato a cimentarsi in una prova di forza. A ciascun partecipante viene fatto indossare un grembiule appositamente disegnato da Magliano per l’occasione, dopodiché Taquitojocoque porge ad ognuno un uovo su cui sono inscritte frasi dissacranti e cariche di speranza («Palestina Libre», «Ánimo», «Fuck Trump», «Qué perra mi amiga»). Il gesto richiesto sembra semplice: rompere l’uovo comprimendolo tra l’avambraccio e il bicipite. Chi fallisce viene invitato a esplorare i propri muscoli, proprio come suggerisce uno dei manifesti di Sara Leghissa, trovando soluzioni alternative, o a passare il testimone.
Tradizionalmente associato alla nascita, alla vulnerabilità, alla fertilità e alla sfera domestica, l’uovo viene messo in tensione con la contrazione muscolare e con l’esibizione della forza, elementi culturalmente codificati come maschili. Nella cultura lesbica e queer, infatti, l’identità butch non coincide con una semplice imitazione della mascolinità, ma con la costruzione di un linguaggio corporeo, affettivo e simbolico autonomo.
Vaquero Romantico – Foto: Alessandro Merlo
L’atto di rompere l’uovo non costituisce soltanto una prova fisica, ma una vera e propria assimilazione simbolica di ciò che è scritto sul suo guscio – quanta fatica ci è voluta! Un gesto appartatamente banale, che contiene la forza e la complessità del corpo, dell’alleanza e della partecipazione. “Quando una persona tende a sentirsi e ad essere libera si connette spontaneamente a persone che tendono a sentirsi libere, così come le persone sensibili si connettono con persone sensibili. Tutto questo ha influenzato la mia traiettoria artistica, è quello che io vivo, ricerco, costruisco e “consumo”.
Dopo aver rotto, con una certa fierezza, il secondo uovo della serata, Sara Leghissa si è avvicinata e mi ha sussurrato all’orecchio: «Le uova sanno».
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Nettuno Battisti, divinità marittima di professione, paroliere per predilezione. Zigzaga tra queerness e semiotica. Dopo la laurea in comunicazione segue rotte inspiegabili, mentre medita silenziosamente la sua prossima mossa.






















