I HAVE SEEN MY WHOLE LIFE GO BY ME
Quando il critico Nicolas Bourriaud coniò la citatissima espressione “Estetica relazionale”, includendo tra i suoi padri fondatori l’artista thailandese Rirkrit Tiravanija (1961) – che noi ex studenti di storia dell’arte contemporanea abbiamo conosciuto fuori dalle aule universitarie, dato che il programma d’esame arrivava al massimo a Lucio Fontana – non intendeva definirlo come un concetto chiuso, trincerato nelle modalità di fruizione delle opere da parte degli addetti ai lavori, ma come un fenomeno esteso a tutto quello che ci circonda. Che cos’è una relazione? Un canale invisibile che si instaura fra individui simili o contrari, la spina dorsale di quella cosa che si chiama essere animali politici. Politici non perché tifiamo destra o sinistra, ma perché ci interessiamo tutti, che ci piaccia o meno, della cosa pubblica. E se anche provassimo a dimostrare indifferenza nei suoi confronti, questa finirebbe comunque per irrompere nelle nostre piccole vite domestiche.
Rirkrit Tiravanija – Untitled 2026 (demo station no. 9), 2026 – Installation view, Pirelli HangarBicocca, Milan, 2026
Oggi, più che mai, la cosa pubblica ci entra in casa 24/7, non tanto mediante il tubo catodico (come quando la Guerra del Golfo veniva trasmessa ogni giorno in TV all’inizio degli anni Novanta), ma tramite tutti gli altri piccoli schermi che ci circondano. E in questi giorni le notizie in copertina ci raccontano dell’ennesima guerra in Asia Occidentale (ndr. il Medio Oriente), un problema così lontano dalla prospettiva eurocentrica da interessarci solo nella misura in cui occupa il primo titolo del bollettino ANSA. Eppure i suoi effetti, tolto il più evidente aumento del prezzo della benzina, arrivano surrettiziamente anche attraverso i canali più inaspettati. “The House That Jack Built”, la retrospettiva sull’opera di Rirkrit Tiravanija allestita presso Pirelli HangarBicocca e curata da Lucia Aspesi e Vincente Todolí, è stata presentata alla stampa il 24 marzo in una versione incompleta. Due opere che dovevano essere pronte per l’inaugurazione non sono arrivate in tempo, proprio a causa della guerra. Il viaggio via mare dalla Thailandia all’Italia ha dovuto subire un cambio di rotta, ossia percorrere la vecchia via passando per il Capo di Buona Speranza, piuttosto che quella più comoda e veloce attraverso lo stretto di Hormuz, reso impraticabile in queste settimane dal conflitto.
Rirkrit Tiravanija – Untitled 1998 (dom-ino), 2026 – Installation view, Pirelli HangarBicocca, Milan, 2026
La carriera di Tiravanija è sempre stata fondata sulla globalizzazione, intesa come crasi fra aree geografiche eterogenee, sulla commistione fra arte e quotidiano, e sulla partecipazione delle persone coi suoi lavori. La sua opera più celebre, untitled 1990 (pad thai) (1990), consiste nella distribuzione ai presenti del più famoso piatto thailandese, cucinato direttamente dall’artista durante la performance. Tiravanija restituisce così al cibo la sua funzione originaria, la stessa dell’aperitivo: trovare un pretesto per stare insieme e interagire. In questa ultima retrospettiva, la prima dedicata alla ricerca architettonica di Tiravanija, le opere assenti, quelle in ritardo a causa della guerra in Iran, attivano una relazione non solo con il fruitore, ma anche fra il pubblico e la geopolitica internazionale. La mancanza delle due opere, sostituite da un cartello informativo, impedisce la loro fruibilità ma, al tempo stesso, ci costringe a indagare il motivo di questa mancanza, mettendoci in contatto, noi poveri visitatori disattesi, con il lontanissimo Golfo Persico.
Rirkrit Tiravanija – “The House That Jack Built” – Exhibition view, Pirelli HangarBicocca, Milan, 2026
L’intero percorso è concepito come un viaggio, fisico e mentale, attraverso un labirinto di impalcature ricoperte da tessuti arancioni che richiamano la divisa dei monaci buddisti. Il visitatore si muove percorrendo questo intestino di stoffa, all’interno del quale le opere di Tiravanija sono installate come stazioni di sosta. Se il focus della mostra è l’architettura, l’artista sposta l’attenzione dalla struttura degli spazi alle attività che trasformano questi scheletri di ferro e legno in corpi vivi da abitare. Il labirinto costringe il pubblico a compiere uno “sforzo” per trovare le opere, a perdere tempo, a sbagliare percorso. Per Tiravanija è anche un modo per ridimensionare le altezze basilicali di Pirelli HangarBicocca, e riportare gli edifici alla loro dimensione intima e viscerale. Facendo riferimento ai giorni dell’allestimento, lo stesso Tiravanija ha percorso a ritroso gli ultimi tre decenni della sua carriera: “I have seen my whole life go by me”. Da qui l’idea che il pubblico, camminando dentro la mostra, compia un’escursione attraverso le opere come trascinato dal processo digestivo nel ventre dell’artista stesso.
Rirkrit Tiravanija – Untitled 2026 (half-scale single family home no. 47, with interior decoration by children of scuola bambini bicocca and “ABC del quartiere,” ages 4 to 6), 2026 – Installation view, Pirelli HangarBicocca, Milan, 2026
I visitatori si incontrano/scontrano nel labirinto, sulla strada fra un’opera e l’altra, e all’interno delle opere stesse, tutte fruibili collettivamente: fra i materiali necessari per realizzarle, infatti, compare spesso la dicitura “a lot of people”. A corroborare la fruizione nomadica dell’itinerario contribuisce la presenza in alcune installazioni di tende da campeggio, l’architettura più instabile concepita dall’essere umano in quanto riparo temporaneo. In questi punti di ristoro della mostra la circolazione delle persone viene interrotta dalla presenza di opere che suggeriscono la temporaneità della loro presenza: all’interno della tenda arancione di untitled 1992 (cure) (1992) ci si può fermare a bere il tè, untitled 1997 (cinéma de ville, berlin-bangkok) (1997) e untitled 1997 (cinéma de ville) ospitano proiezioni video sul tema del viaggio, mentre la tenda di untitled 1995 (tent installation) (1995) è ricoperta da immagini d’archivio dei viaggi personali di Tiravanija. Anche l’apparente immobilismo delle strutture più stabili, ispirate agli edifici dei maestri del Modernismo – fra gli altri Le Corbusier, Sigurd Lewerentz, Jean Prouvé, Carlo Scarpa – viene fatto a pezzi dalle attivazioni conviviali: untitled 1998 (dom-ino) (1998), ospita un bancone sul quale si può giocare a scacchi o a mikado, la struttura in vetro di untitled 1997 (playtime) (1997), oltre ad ospitare la proiezione in loop del film omonimo di Jacques Tati, viene attivata ogni giorno da laboratori per adulti e bambini, untitled 2026 (half-scale single family home no. 47, with interior decoration by children of scuola bambini bicocca and “ABC del quartiere,” ages 4 to 6) (2026), consiste in una coppia di edifici in legno su due livelli concepiti come case dei giocattoli dedicate ai bambini (e per questo progettate con l’altezza dei soffitti in scala ridotta), untitled 2026 (demo station no. 9) (2026) consiste in una piattaforma di legno a spirale che ospiterà attività pubbliche in collaborazione con enti no profit di Milano.
Rirkrit Tiravanija – “The House That Jack Built” – Exhibition view, Pirelli HangarBicocca, Milan, 2026
Header: Rirkrit Tiravanija – Untitled, 1995 (half-scale single family home no. 47, with interior decoration by children of the storken day care center, ages 5 to 7), 1995 (detail) Louisiana Museum of Modern Art, Humlebaek, Denmark Courtesy the artist and neugerriemschneider, Berlin
All photos: Agostino Osio
All images courtesy of the artist and Pirelli HangarBicocca